San Francesco d'Assisi e il Crocifisso (2)

Illumina el core mio

La preghiera del giovane Francesco davanti al Crocifisso di san Damiano contiene un inizio di apertura al progetto di Dio e un itinerario di cammino spirituale. Gli spunti che offre ai credenti di ogni epoca sono utili anche per noi, per impostare su basi solide la nostra vita cristiana e le nostre scelte.

 

L’antica biografia nota sotto il nome di “Leggenda dei Tre Compagni” – raccontando il cammino personale di ricerca del giovane Francesco – dice che egli “insisteva nella preghiera perché il Signore gli indicasse la propria vocazione” (3Comp 10, FF 1406). La medesima biografia ci ricorda che “mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, gli fu detto in ispirito di entrarvi a pregare. Andatoci, prese a fare orazione fervidamente davanti a un’immagine del Crocifisso …” (3Comp, 13, FF 1411). Le fonti ci tramandano anche la formula nella quale si condensava questa insistente preghiera al Signore, si tratta del più antico testo francescano giunto fino a noi e contenuto negli “Scritti” di san Francesco:  “Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio e damme fede retta, speranza certa e carità perfetta, senno e conoscimento, Signore, che io faccia lo tuo santo e verace comandamento” (Preghiera davanti al Crocifisso: FF 276).

Cosa significa questa preghiera? Che cosa stava chiedendo il giovane Francesco? E cosa può significare per noi oggi pregare con quelle stesse parole.

 

Altissimo, glorioso, Dio

Come ogni preghiera autentica anche questa prende avvio dalla contemplazione di Dio. Il giovane Francesco, pur essendo appena agli inizi della sua conversione, ha imparato a non rimanere ripiegato su se stesso e sul proprio io, ma ad alzare lo sguardo per fissarlo in Dio. È in questo modo che lo scopre di fronte a sé “altissimo e glorioso”, vale a dire infinitamente grande e luminoso. Ma è la grandezza e la luminosità del Crocifisso quella che sta contemplando! È la grandezza di chi si è umiliato fino a diventare il servo crocifisso ed è la luminosità dell’amore che arriva a donare la vita. Perciò si mette con fiducia e verità davanti a quel Crocifisso e prega: “illumina le tenebre de lo core mio”. È consapevole che non sarà in grado di superare l’oscurità in cui si trova senza la luce e l’aiuto che di lì promana.

In quali tenebre si trova il giovane Francesco? Ce lo chiediamo più che legittimamente. Si tratta delle tenebre di chi sta cercando con tutto se stesso di comprendere qual è il significato profondo della sua vita? Certamente. Può trattarsi delle tenebre di chi desidera capire quale forma di vita è chiamato a scegliere? Sembra proprio di sì. Sono forse anche le tenebre di chi sta scoprendo il bisogno di una profonda purificazione del cuore e della vita, di chi ha bisogno di essere in qualche modo strappato dalle tenebre del peccato? Probabilmente anche di questo, dato che lo stesso Francesco avrà sempre una viva percezione che la sua chiamata è stata l’esemplare chiamata a conversione di un peccatore nel quale Dio ha voluto manifestare la sua misericordia (Fioretti 10, FF 1838).

 

Fede, speranza e carità

Subito dopo aver chiesto luce, Francesco chiede in dono le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Sono virtù che Dio infonde nel cuore dei fedeli come dono di grazia attraverso il battesimo e la partecipazione del dono dello Spirito santo. Il giovane orante le chiede qualificandole però con tre aggettivi estremamente significativi. La fede richiesta è una fede retta, vale a dire quella fede che viene trasmessa all’interno della Chiesa e permette di incontrare Cristo e il suo Vangelo in modo autentico, senza deviazioni, senza interruzioni e senza impoverimenti. La speranza è una speranza certa, cioè la speranza cristiana, quella che si fonda sulla certezza data dal Cristo crocifisso e risorto, promessa e primizia della pienezza di vita che anche a noi è donata fin dal battesimo ed è premessa di vita eterna e risurrezione. La carità è perfetta, ossia un amore di totale pienezza e gratuità, un amore che arriva fino al dono di sé, fino al perdono del nemico, fino al recupero del peccatore: ancora una volta si tratta dell’amore manifestato proprio dal Cristo in croce.

 

Senno e cognoscimento

Le ultime richieste contenute nella preghiera davanti al Crocifisso riguardano il “senno e conoscimento” per fare il “santo e verace comandamento” di Dio. Che cosa significano? Secondo fra Daris Schiopetto, studioso di spiritualità francescana ("Va' e ripara la mia casa...". Lettura spirituale dell'itinerario vocazionale di Francesco d'Assisi, L.I.E.F., 2005) sono meglio comprensibili se lette come un “completamento”, da parte del giovane Francesco, della preghiera davanti al Crocifisso dopo aver ricevuto la chiamata a riparare la chiesa. Cosa significherebbero allora? Che dopo aver ricevuto l’invito a riparare la casa del Signore e aver dato la propria generosa disponibilità, Francesco chiede una maggior capacità di passare da un’adesione interiore alla chiamata di Dio a un’adesione vitale, esistenziale e pratica. È come se il giovane Francesco – nel suo intimo dialogo col Signore – gli stesse dicendo: “Farò molto volentieri quello che tu mi chiedi, Signore, e tu aiutami a capire bene quel che mi stai chiedendo e a farlo concretamente”.

 

Proviamo a fare nostra la stessa preghiera

Dopo aver riflettuto sulla preghiera del giovane Francesco e sul significato che poteva avere in quel preciso momento della sua vita è bene che ci chiediamo che significato può avere per noi pregare con le stesse parole. Anche per noi – pur nella sua brevità – questa formula di preghiera è molto educativa:

1.      Ci pone davanti a Dio insegnandoci che per pregare bene occorre fissare lo sguardo su Dio e cogliere qualche tratto del suo volto (“Altissimo, glorioso”, poi – maturando – lo scopriremo anche “onnipotente, eterno, giusto e misericordioso” oppure “altissimo, onnipotente e buono” o ancora “santissimo Padre nostro”).

2.      Ci pone davanti a Dio così come siamo in verità, con il nostro cuore tenebroso, con le nostre zone d’ombra bisognose di una luce spirituale capace di purificarci, di orientarci, di aiutarci a capire cosa siamo chiamati a fare nella vita e della vita.

3.      Ci pone davanti a Dio con richieste essenziali per vivere un’autentica vita cristiana: fede retta in una cultura della fede “fai da te”, speranza certa in un tempo di oblìo della speranza e carità perfetta in un mondo che privilegia il perfetto egoismo.

4.      Ci pone davanti a Dio con un costante orientamento esistenziale e pratico, per cui non ci basta più capire quel che Dio vuole, ma vogliamo viverlo, farlo, realizzarlo.

 

Se entriamo nello spirito di questa piccola e semplice preghiera impariamo a sottoporre alla luce di Dio anche i nostri progetti e desideri, smettiamo di strumentalizzarLo perché ci faccia raggiungere i nostri obiettivi e impariamo che la vita è apertura all’imprevisto e all’imprevedibile. È apertura al sogno di Dio! E allora anche noi possiamo cominciare a rimboccarci le maniche per restaurare la Chiesa di Dio della quale siamo parte.

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